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La mafia è vinta. Ha vinto la mafia.
...continuazione
Negli ultimi mesi sono uscite ben 4 fiction sulla mafia: “L’Ultimo dei Corleonesi”, “Il Capo dei Capi”, “L’Ultimo Padrino”, “La Vita Rubata”.
Prima considerazione: delle quattro fiction solo una – “La Vita Rubata” – ha dovuto attraversare prima di essere trasmessa. La fiction parlava di una vittima di mafia, Graziella Campagna, uccisa dal boss mafioso Gerlando Alberti jr. più di venti anni fa e condannato all’ergastolo dalla corte d’Assise del Tribunale di Messina nel 2004. Ora, il fatto saliente non sta nella scarcerazione di Gerlando Alberti jr (avvenuta il 4 novembre 2006 grazie all’indulto di Mastella, proprio tre settimane prima della prevista messa in onda della fiction); né che delle quattro fiction, proprio quella basata su una vittima di mafia incontra problemi di ogni sorta. Né tantomeno che la Rai abbia sospeso la messa in onda in quanto il nuovo processo ad Alberti jr era in corso e avrebbe potuto condizionare la corte (che poi ha confermato la sentenza di ergastolo poche settimane fa).
Il fatto saliente è che a chiedere la sospensione della fiction a Clemente Mastella sia stato il presidente della corte di Appello del tribunale di Messina. Ovvero, lo stesso tribunale che nel 2004 ha condannato Alberti jr ma che, a causa del mancato deposito delle motivazioni della sentenza da parte dei giudici, l’ha fatta cadere in prescrizione per decorrenza dei termini della custodia cautelare. Lasciando il mafioso omicida a piede libero. Un limpido esempio di potere istituzionale compromesso dalle conseguenze che quella fiction poteva generare in ambiente politico-mafioso. È difatti plausibile pensare che, a Mastella, la messa in onda di una fiction sull’uccisione di una innocente per mano di un mafioso uscito dal carcere grazie al suo indulto, potesse dare fastidio. Così com’è plausibile pensare che, a qualche capomafia locale, questa visione così maligna della mafia potesse anche non andare giù.
Seconda considerazione: su “Il Capo dei Capi” e “L’Ultimo Padrino” – rispettivamente cronistorie delle esperienze di Riina e Provenzano – ci sono state un mare di polemiche. Proprio Mastella ha manifestato la sua indignazione per la filo-mafiosità di queste fiction durante una delle puntate di “Exit” – trasmissione di La7 intitolata in quell’occasione “Mafia Superstar” – insieme a Cuffaro, che gli dava man forte. Secondo Mastella e Cuffaro la fiction era diseducativa, inneggiava alla mafia, era senza speranza, presentava i mafiosi come protagonisti assoluti e senza macchia, incitava i giovani a fare ciò che vedevano nella fiction.
Che l’allora Ministro della Giustizia e l’allora Presidente della Regione Sicilia si siano presi la briga di commentare in tv un’opera di finzione, risulta quantomeno curioso – Cuffaro citava addirittura spezzoni della sceneggiatura, a testimonianza di uno studio estremamente accurato del film. In verità, niente di nuovo sul fronte della morale. Cuffaro e Mastella hanno partecipato alla puntata di “Exit” perché quello sarebbe stato il modo più efficace per spostare il centro del problema. A quei tempi, l’allora Ministro della Giustizia e l’allora Presidente della Regione Siciliana, avevano grossissimi problemi deontologici: uno cacciava un magistrato che lo stava indagando dalla procura in cui stava lavorando; l’altro aveva un paio di processi di mafia in corso. Parlando della qualità morale di una fiction, spostavano l’attenzione dalla loro precaria qualità morale per focalizzarla su quella di un’innocua messa in scena. Nello stesso tempo, biasimando la serie televisiva, Cuffaro e Mastella esaltavano il loro alto ideale di giustizia e anti-mafiosità, cancellando così ogni sospetto di mafiosità delle loro azioni.
Terza considerazione: in effetti, Cuffaro e Mastella avevano ragione. Queste fiction sono innegabilmente filo-mafiose. Per evidenziare questo concetto, sarà sufficiente analizzare “L’Ultimo Padrino”, sceneggiato in due puntate che racconta gli ultimi anni di latitanza di Bernardo Provenzano, interpretato da Michele Placido. A partire dalla grafica del titolo – scritta con gli stessi caratteri de “Il Padrino” che, per inciso, si chiamano Corleone – c’è una forte volontà di spettacolarizzare tutto. Nessun riferimento alla realtà – quella vera, fatta di nomi e cognomi – viene fatto dal film (forse perché anche la valutazione giudiziaria di Provenzano è condizionabile: ma in questo caso nessuno si è sognato di chiederne la sospensione…); ogni atto di Provenzano/Placido viene mitizzato all’estremo: dalla scrittura dei pizzini alle sue attitudini paternalistiche; dalla saggezza con la quale si muove, alla voce Michael-Corleone-style con cui Placido lo fa parlare. I tratti salienti dello zio Binnu sono quelli dell’asceta che ha proprietà profetico-mistiche. Ogni volta che la polizia è sul punto di arrestare Provenzano, lui ‘avverte’ il pericolo e scappa: il riferimento ad eventuali talpe infiltrate nelle istituzioni che lo avvertono della cattura imminente è inesistente, confermando così la superiorità dello zio Binnu/profeta. Provenzano, inoltre, viene sempre rappresentato in pose che portano a pensare alla sua lungimirante saggezza: vive solo, cammina fra i monti, cita la bibbia in ogni occasione. È un vero e proprio maestro attaccato alla natura e ai valori morali di un tempo – in netta contrapposizione con il pool di poliziotti che lo insegue, condannato a dipendere dai grossolani strumenti tecnologici a disposizione, quasi ridicoli e sempre fallaci contro la lungimiranza del vate.
Ora, non mi permetterei mai di sostenere che Pietro Valsecchi, il produttore delle fiction, sia un mafioso. Valsecchi ha solo fatto delle fiction (insieme a “L’Ultimo Padrino” ha prodotto anche “Il Capo dei Capi”, co-sceneggiato dai giornalisti Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo e dall’europarlamentare Claudio Fava, di sicuro uomini per bene pure loro) che incontrassero il gusto del pubblico, che potessero riscuotere un qualche successo. E difatti, sia l’una che l’altra hanno avuto il 28% di share, vale a dire 7 milioni di telespettatori che sarebbe ridicolo bollare come filo-mafiosi. Il discorso da fare su queste fiction – così come sugli articoli o sui servizi relativi alla mafia – è un altro.
I produttori come Valsecchi non sono mafiosi. Così come i direttori dei giornali o i dirigenti delle tv non sono affiliati alla mafia. Né c’è un infiltrato della mafia in ogni agenzia stampa che – per esempio – controlla che notizie come quella della condanna a Marcello Dell’Utri non venga pubblicata. Né tantomeno sono tutti terrorizzati dalle conseguenze che potrebbero produrre le pubblicazioni di notizie simili: la percezione delle conseguenze è talmente remota che mettersi una maglietta con su scritto “Made in Mafia” suscita ilarità.
No, il punto è un altro. È questione di senso comune. È collettivamente accettato che i mafiosi raggiungano i loro fini con qualsiasi mezzo: sono potenti, ci sono arrivati, la loro posizione è insindacabile. Hanno raggiunto tutto ciò cui la collettività del nostro tempo aspira. Chi si indigna o si sente in contrasto con tali metodi non ha speranza di sopravvivenza. Non è al passo con il nuovo sistema etico accettato dalla collettività perché fa leva sul valore più importante del nostro tempo: la convenienza.
Conviene non pubblicare notizie come quella relativa al più importante processo di camorra – denominato Spartacus – perché potrebbe scontrarsi col gusto del lettore. Conviene fare una fiction filo-mafiosa perché sicuramente incontra il gusto del telespettatore (oltre a quello dei mafiosi: Totò Riina, tramite i suoi legali, ha espresso il suo apprezzamento per “Il Capo dei Capi”; un latitante è stato arrestato presso la sua abitazione mentre assisteva a una delle sei puntate della fiction di Valsecchi). Così come conviene rifornirsi da una ditta di calcestruzzi di proprietà della camorra: faranno prezzi imbattibili. O da una ditta di smaltimento rifiuti: faranno offerte che non si possono rifiutare. Essere contro la mafia, al giorno d’oggi, è antieconomico. Schierarsi contro ‘ndrangheta o camorra, ai giorni nostri, non è più tanto rischioso per l’incolumità fisica personale: è soprattutto sconveniente ai fini di una buona politica aziendale. E visto che siamo nell’era del mercato globale, allora anche formulare un sistema di pensiero contro mafia, camorra o ‘ndrangheta è sconveniente. Cercare di reprimere le tre organizzazioni criminali che fatturano 100 miliardi di euro all’anno, è una sciocca ingenuità. La cosa migliore, al giorno d’oggi, non è solo imparare a convivere con la mafia (come sosteneva il Ministro dei Lavori Pubblici Lunardi del penultimo governo Berlusconi), ma iniziare a collaborarci senza falsi pudori. È meglio metterselo in testa: se si vuole il successo, bisogna imparare a stare coi mafiosi. Se si vuole la grana, bisogna imparare il metodo. Di questi tempi, è la cosa più saggia. E Saviano, con il suo bel libro, lo ha insegnato: ma pare che la lezione non sia stata recepita, visto che si parla ancora di lotta alla mafia.
La lotta alla mafia è finita, non esiste né può esistere più. E i Livatino, i Terranova, i Mancuso, i Falcone, i Borsellino, non sono solo morti invano: ma hanno anche assunto un’aria vagamente ridicola. La loro fiducia nella legge, i loro caratteri fermi, le loro idee: tutta roba sorpassata, bagaglio polveroso di simpatici vecchietti buono per fare al massimo una fiction. Anzi neanche più quella, dato che di questi tempi i protagonisti delle fiction sono i mafiosi. Oggi, nessuna idea da difendere. Oggi, nessuna lotta da portare avanti. L’unica forma possibile di lotta alla mafia, oggi, è cercare di farla nostra. L’unico modo per combatterla, è imitarla. Benvenuti nel ventunesimo secolo. La mafia è vinta. Evviva la mafia!